Cerco qualche volta di immaginare

febbraio 7, 2009

 

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Cerco qualche volta di immaginare                         

la felicità, mia e dei morti, e mi sembra

che sia la vita. Forse perché chiare

nella luce che già un po’ s’insettembra

 

sono adesso le cose e a meno amare

vertigini trascina e tanta assembra

più pazienza, più requie il declinare

del tempo è come se da queste membra

 

arse e dilaniate l’immensa salma 

del mondo risorgesse in una calma

radiosa e stesse al cuore assaporare

 

l’infinito dolcissimo ritardo 

del bene, e sentire l’Olona e l’Ardo

per come si chiamano risuonare.

 

 

Giovanni Raboni

(Milano, 1932 – Parma, 2004)

OGNI TERZO PENSIERO

Mondadori, 1993

Chiare, fresche et dolci acque,

febbraio 7, 2009

 

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Chiare, fresche et dolci acque,            
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.

S’egli è pur mio destino
e ‘l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l’alma al proprio albergo ignuda.
 La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa.

Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là ‘v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ‘l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.

Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso
m’aveano, et sí diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo d’esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch’altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

 

 

Francesco Petrarca 

(Arezzo 1304 – Arquà, Padova 1374)

 

CANZONIERE, CXXVI

Che in tutto fra tutte suprema sia

febbraio 7, 2009

 

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Che in tutto fra tutte suprema sia                        

la legge del mercato, che a lei deva

subordinarsi restando utopia

per sempre tutto quello che solleva

 

l’uomo da se stesso sembra alla mia

mente quasi incredibile. Ma alleva

menti per crederci l’economia

trionfante, fa che ciascuna s’imbeva

 

di quel credo miserabile e creda

a esso fieramente come al più santo

vangelo; e non ha scampo chi rimpianto

 

dell’altro s’ostina finché non ceda

di schianto il cuore a provare e di noia

trema dove per altri è ottusa gioia.

 

 

Giovanni Raboni

(Milano, 1932 – Parma, 2004)

OGNI TERZO PENSIERO

Mondadori, 1993

Come sùbito lampo che discetti

febbraio 7, 2009

 

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Come sùbito lampo che discetti                 
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,


così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.


«Sempre l’amor che queta questo cielo
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».


Non fur più tosto dentro a me venute
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute;


e di novella vista mi raccesi
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;

 

e vidi lume in forma di rivera
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.


Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;


poi, come inebrïate da li odori,
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.


«L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
d’aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;


ma di quest’ acqua convien che tu bei
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.


Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
ch’entrano ed escono e ‘l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.


Non che da sé sian queste cose acerbe;
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».


Non è fantin che sì sùbito rua
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua,


come fec’ io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli;


e sì come di lei bevve la gronda
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.


Poi, come gente stata sotto larve,
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,


così mi si cambiaro in maggior feste
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.


O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!


Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.


E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.


Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.


E come clivo in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,


sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.


E se l’infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie!


La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ‘l quale di quella allegrezza.


Presso e lontano, lì, né pon né leva:
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.


Nel giallo de la rosa sempiterna,
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,


qual è colui che tace e dicer vole,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ‘l convento de le bianche stole!

 

Vedi nostra città quant’ ella gira;
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.

 

 

Dante Alighieri

(Firenze 1265 – Ravenna 1321)

PARADISO, XXX, 46-132

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:

febbraio 7, 2009

 

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Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:                    
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

 

Iosif Brodskij

(San Pietroburgo 1940 – New York 1996)
POESIE ITALIANE/Elegie romane

trad. Giovanni Buttafava

Adelphi 1996

PRESSO UNA CERTOSA

febbraio 7, 2009

 

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PRESSO UNA CERTOSA                         


Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie
Gialle e rosse de l’acacia, senza vento una si toglie:
E con fremito leggero
Par che passi un’anima.

Velo argenteo par la nebbia su ‘l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia nel ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?

Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già nel verno prèsago.

A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!

 

Giosuè Carducci

(Valdicastello, Lucca 1835 – Bologna 1907)

RIME E RITMI

1899

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

febbraio 7, 2009

 

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LA SERA DEL DÌ DI FESTA                                    

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.  
 

Giacomo Leopardi

(Recanati 1798 – Napoli 1837)

CANTI, XIII

Come vivrò ne le mie pene, Amore,

febbraio 7, 2009

 

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Come vivrò ne le mie pene, Amore,                   

sì lunge dal mio core,

se la dolce memoria non m’aita

di lei ch’è la mia vita?

Dolce memoria e spene,

imaginata vista e caro obietto,

voi siete il mio diletto

la mia vita e ‘l mio bene;

ma pur mezzo son io tra morto e vivo,

poi che del cor son privo.

 

Torquato Tasso 

(Sorrento, Napoli 1544 – Roma 1595)

RIME PER LUCREZIA BENDIDIO, XXV

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

febbraio 7, 2009

 

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Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono              
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono       
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente       
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

 

Francesco Petrarca 

(Arezzo 1304 – Arquà, Padova 1374)

CANZONIERE, I

AH, FRATELLO, FRATELLO

febbraio 4, 2009

 

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Ah fratello, fratello! Trascinato               

per molte genti 
                        e per molti mari,
sono arrivato qui. Ecco le offerte
che si devono ai morti, nudi riti
d’addio, parole vane per le ceneri
silenziose. 
                  Brutalmente il destino
ti ha rapito a me, povero fratello.
Ora non restano che gli antichi onori
dei padri che tristemente ti rendo
e le parole d’addio: 
                               per sempre,
fratello, addio, fratello mio, per sempre.

 

Caio Valerio Catullo

(Verona 84 ca. a.C. – Roma 54 ca. a.C.)

 55 POESIE D’AMORE E D’ODIO

trad. Nazzareno Luigi Todarello

LATORRE editore, 2008


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